La mia gravidanza: un lungo travaglio

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Il travaglio di parto è l’ultima sfida della gravidanza prima di poter finalmente avere il nostro bambino tra le braccia. Si suddivide in più fasi tra le quali quella prodromica, che è costituita dalle prime contrazioni preparatorie, e quella dilatante, dove si riconoscono le tanto temute contrazioni del parto.

I prodromi del travaglio

A casa

La notte tra il 21 e il 22 agosto del 2019 ho iniziato con i prodromi: avevo delle leggere contrazioni ma regolari e costanti. Il 21 era la data presunta del parto quindi ero impaziente che arrivasse quel momento perché volevo finalmente tenere la mia bimba tra le braccia.

Nei giorni precedenti ero stata attenta a qualsiasi possibile cambiamento o avvisaglia ma c’era solo il solito sgambettare di Camilla. Quella notte mi sono svegliata verso le 3 con una nuova sensazione. Sono rimasta a letto per un po’ e poi mi sono spostata sul divano perché preferivo stare seduta e non volevo svegliare Mariano. Ogni volta che sentivo una contrazione controllavo l’ora e la durata. Non erano eccessivamente dolorose ma duravano diversi secondi ed erano abbastanza frequenti.

Quando Mariano si è svegliato per andare al lavoro (al quale poi non è andato), gli ho spiegato la situazione e gli ho chiesto di chiamare Martina, la mia ostetrica, per avvisarla. Quando è arrivata mi ha subito visitata e mi ha consigliato di andare a fare due passi all’aria aperta e di rilassarmi perché probabilmente ci sarebbe voluto ancora un bel po’ di tempo.

Siamo arrivati a sera e purtroppo la situazione non era molto cambiata, nonostante la passeggiata, le scale, la doccia, il bagno caldo, i massaggi e la palla medica. Vista la situazione in stallo, Martina ci ha consigliato di andare in ospedale perché magari cambiare ambiente avrebbe smosso qualcosa, anche se lei stessa ci ha avvertiti che di solito succede il contrario.

In ospedale

Al pronto soccorso ostetrico mi hanno fatto il monitoraggio, mi hanno dato un Buscopan per calmare le contrazioni (cosa che ancora non capisco) e poi mi hanno visitata. Sono rimasta sconcertata perché la visita è stata dolorosa, al contrario di tutte le volte che mi ha visitata Martina. Ho iniziato ad avere paura quando la ginecologa ha detto che ci sarebbe voluto ancora molto tempo e che se dopo un’ora la situazione non sarebbe cambiata mi avrebbero rimandata a casa.

Dopo aver vagato per un’ora per i corridoi dell’ospedale siamo tornati nei pressi del p.s.o. e quando mi hanno chiamata per rifare la visita ha iniziato a salirmi l’ansia. La ginecologa mi ha rimproverata dicendomi che non capiva perché sembrassi terrorizzata pur essendo seguita da un’ostetrica privata. Mi sembrava brutto dirle in faccia che era per la sua totale mancanza di empatia, che invece mi sarei aspettata in un ambiente dove vanno le donne durante la fase delicata del travaglio.

Ormai si era fatta quasi mattina quando hanno deciso di ricoverarmi ma dopo un paio di giorni senza novità mi hanno rimandata a casa. Io ero demoralizzata perché arrivata a quel punto speravo che fosse giunto il momento.

Le contrazioni del travaglio, quelle vere

Il 26 agosto, all’1 del mattino, sono arrivate le contrazioni, quelle vere. Avevamo trascorso la serata con la famiglia di Mariano ed eravamo rientrati da poco. Faceva troppo caldo per mettersi a letto, così ci siamo buttati sul divano col climatizzatore acceso.

Improvvisamente la sento arrivare.

Di un’intensità tale da costringermi a mettermi seduta e respirare profondamente.

Poco dopo se ne va e torna tutto come prima.

”Mariano, chiama Martina”

Prima di chiamare Martina abbiamo voluto aspettare per vedere ogni quanto arrivasse una nuova contrazione. Era notte fonda e non volevamo disturbarla ancora per niente. Invece, dopo un paio di contrazioni, sono andata a cercare rifugio nell’acqua calda della doccia e ho implorato Mariano di chiamarla immediatamente.

Ricordo che quando siamo usciti di casa per andare in ospedale il cielo buio della notte stava iniziando a fare spazio alle prime luci dell’alba. E ricordo anche di aver urlato per tutto il tragitto perché durante le contrazioni non potevo cambiare posizione e riuscivo a gestire meglio il dolore stando in piedi.

L’inizio di un incubo

Quando mi hanno attaccata al monitoraggio mi sono accorta che il valore segnato sulla macchinetta era superiore rispetto al limite che riusciva a segnare e speravo quindi che tutto quel dolore mi stesse portando alla dilatazione necessaria per andare in sala parto.

La visita che mi hanno fatto poco dopo la ricordo come se fosse successa ieri. Martina era potuta venire con me e mentre la ginecologa mi visitava, con altre 2 o 3 che guardavano, io le stritolavo la mano e urlavo piangendo dal dolore. Il tutto per sentirmi dire che la dilatazione era ancora molto indietro. Quando siamo tornate da Mariano era sconvolto perché mi aveva sentito urlare fino a lì, come tutto il resto dei presenti.

Volevano ricoverarmi ancora ma Martina si è impuntata, chiamando anche la caposala, dicendo che il mio travaglio durava ormai da troppo tempo (considerando anche i prodromi dei giorni prima). Si è incazzata perché in tutte quelle ore, nessuno si era degnato di appoggiare una mano per sentire la forza delle mie contrazioni. Quando ha chiesto alla caposala di farlo, hanno deciso che fosse arrivato il momento di andare in sala parto.

Sono certa che se non fosse stato per Martina, Camilla non sarebbe qui.

Prossimamente ti racconterò il mio metodo per cavalcare le contrazioni e il mio parto traumatico. Sto pubblicando online la mia esperienza con lo scopo di far sentire meno sola o incompresa chi ha vissuto qualcosa di simile. È stato terribile, ma è passato. L’importante è elaborare quello che è successo nella maniera corretta e soprattutto ricordarsi che ogni gravidanza ed ogni parto sono eventi a sé stanti.

La mia gravidanza, ad esempio, è stata super! A parte nel periodo di nausea e vomito. Se vuoi sapere come è andata, trovi articoli sul primo, secondo e terzo trimestre di gravidanza. Altrimenti puoi venire a scoprire qualcosa in più su di me.

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